Sfrutta Zero semina identità

La semina dei pomodori alla Masseria dei Monelli di Conversano, a Bari, è un’azione concreta, un gesto simbolico, la riappropriazione della terra e dei suoi frutti. Cioè degli uomini e delle donne. Troppo semplice il paragone tra il seme piantato e la vita? Il viaggio di Sfruttazero però non è una metafora, ma è fatto di fatica e di risate. È la voglia di lavorare insieme dopo aver condiviso la necessità di dare voce alla propria identità.

Una necessità che si fa talmente stringente da diventare lotta perché se la casa e il lavoro sono indispensabili, prima ancora è necessario riconoscersi. Riconoscere se stessi all’interno di una comunità ed essere riconosciuto dall’altro come qualcuno che ha il diritto di combattere per affermare, di fronte a chi vorrebbe annullarla, la propria identità. Un nome, un cognome e una foto su un pezzo di carta rosa o su una più moderna tessera plastificata cosa vuoi che sia? Una carta d’identità, il primo vero risultato della lotta dei ragazzi di Solidaria insieme ai migranti.
Moro, Maria, Ahmed, Gianni, Giuseppe, Federico, Marilisa, Emmanuel, Graziana, Francesco, Luna e Tommaso si sono conosciuti proprio mentre chi era più in difficoltà stava cercando di ottenere un diritto primario: avere un posto in questo mondo.

Occupare l’ex Casa del rifugiato, l’ex liceo Socrate di Bari, Villa Roth e il Bread&Roses, non solo significa ridare vita a luoghi abbandonati ma anche riprendersi il diritto alla seconda accoglienza visto che in molti sono rifugiati. Chi ha combattuto è riuscito a far sentire la propria voce fino al Comune di Bari che ha deciso di farli rimanere e di portare acqua e luce. A Villa Roth non abitano solo migranti e rifugiati ma anche italiani che non hanno una casa. Insieme.

Così, mentre qualcuno cercava di ottenere dei diritti, altri andavano a sostenere queste lotte e ad intrecciare le proprie forze con quelle di chi non aveva nulla.Nasce Netzanet, che in tigrino significa libertà. Si comincia a lavorare. La creazione del lavoro passa attraverso una filiera etica, fuori dallo sfruttamento, dal caporalato, dal regime dei prezzi al ribasso imposto dalla grande distribuzione dei supermercati.

Le mani che accarezzano uno ad uno i pomodori per poi sciacquarli in acqua; le braccia che sollevano gli enormi cesti pieni da rovesciare nei pentoloni d’acqua bollente; le gambe che si muovono avanti e indietro per portare nuove casse di pomodori; la testa che si inclina per guardare se nella macchina le bucce si separano per bene dalla polpa; gli occhi che fissano la bottiglia di vetro perché bisogna riempirla di succo fino al punto giusto; il busto che si piega a prendere, in fondo ai bollitori, le bottiglie piene di polpa densa.

Dietro tutto questo c’è un incontro tra persone che combattono per essere riconosciute come soggetti e non come oggetti, per non essere sfruttate nei campi e per impedire che altri lo siano. Lavorano a 8 euro l’ora e vogliono estendere il progetto Sfruttazero in modo tale da riuscire ad avere un impiego tutto l’anno. Non sono i soli a puntare su una filiera etica e solidale: tutte le realtà di Fuorimercato hanno fondato sull’etica e sul diritto al lavoro la propria identità collettiva.
Per questo, i giorni passati con le persone che hanno dato vita e che continuano a portare avanti il progetto Sfruttazero, hanno un gusto dolce e intenso.

Workers buyout in Umbria. Chiudere la fabbrica non è un obbligo

Dalle ceneri di quattro aziende fallite durante gli anni della crisi economica, sono nate quattro cooperative gestite dagli stessi lavoratori che rischiavano di diventare disoccupati. Si chiama workers buyout ed è una possibilità che i lavoratori hanno preso in considerazione spesso durante la crisi. L’Umbria, tra 2008 e 2014 ha perso 15.175 posti di lavoro e nel 2014 era nella top eleven delle regioni con più fallimenti industriali (+20,6% rispetto al 2013). Nonostante questo, i workers buyout in Umbria sono solo quattro. Perché? Che cos’è un wbo e quali le difficoltà da affrontare?

Il workers buyout è una operazione finanziaria che permette ai lavoratori di rilevare (acquistare o affittare) un ramo o l’intera azienda fallita. La legge che regola l’operazione è la cosiddetta legge Marcora del 1985 poi modificata nel 2001. I dipendenti di un’azienda, invece di accettare la disoccupazione, possono decidere di aprire una cooperativa investendo il proprio trattamento di fine rapporto e/o indennità di disoccupazione (NASpi). Non è una scelta facile da prendere né è sempre possibile avviare un workers buyout. Le difficoltà riguardano da una parte le condizioni dell’azienda, dall’altra la vita dei lavoratori.

Sono le centrali cooperative come Legacoop e gli istituti finanziari come Cooperazione Finanza Impresa (CFI), a decidere se da un’azienda fallita può nascere un wbo. Il requisito fondamentale è che il mercato (fornitori di materie prime e clienti) ci sia ancora o sia recuperabile nonostante il fallimento. Inoltre, non può mancare il capitale sociale di partenza, cioè il denaro che i lavoratori mettono in condivisione per far partire la cooperativa e presentarsi di fronte alle banche per chiedere finanziamenti. Se ci sono queste due condizioni basilari, sono le centrali cooperative e CFI a dare una mano: con finanziamenti a tassi molto bassi da restituire nell’arco di 10 anni, aiutano i neosoci della cooperativa ad affittare i macchinari e l’immobile.

Ci sono però fattori esterni che possono portare a decidere di non fondare una cooperativa dalle ceneri della vecchia azienda. Solitamente lo sconsigliano i sindacalisti, soprattutto della CGIL, perché temono che i lavoratori rinuncino ai loro risparmi e si avventurino in un’impresa che potrebbe anche andare male. Il sindacato inoltre incide meno in una cooperativa rispetto ad un’azienda privata: la contrattazione avviene di norma tra lavoratori e imprenditore e non tra lavoratori e lavoratori. Poi c’è l’INPS, che spesso è decisamente un ostacolo: per esempio trattenendo una percentuale del trattamento di fine rapporto che i lavoratori chiedono per formare il capitale sociale per poi restituirla dopo qualche anno. Parlando con i lavoratori del workers buyout infatti, sembra di capire che l’INPS non conosca la legge che regola i workers buyout e che non si sappia che chi decide aprire un wbo ha diritto a prendere il Tfr per intero.

Tra il fallimento dell’azienda e il workers buyout, c’è nel mezzo soprattutto la vita delle persone. Non è facile né scontato prendere la decisione di investire dei risparmi come il trattamento di fine rapporto ed essere disposti, se necessario, ad abbassarsi lo stipendio e aumentare l’orario di lavoro. Assumere su di sé la responsabilità d’impresa infatti, significa essere consapevoli del fatto che le scelte economiche e la gestione del lavoro non dipendono più da un imprenditore ma dalle scelte collettive di tutti. La notte si va a dormire con un altro spirito se sai che la vita di un’azienda e il lavoro proprio e dei colleghi è anche nelle tue mani. Il wbo è l’unica forma di cooperativa che non nasce dalla volontà di associarsi ma dalla necessità di associarsi per non perdere il lavoro. Dopo una vita passata a lavorare come dipendente di qualcuno, non è semplice cambiare mentalità e prendere decisioni condivise. Per questo, le centrali cooperative che propongono il wbo dovrebbero investire molto nella formazione dei lavoratori che stanno per diventare soci di una cooperativa.

In Umbria il peggior risultato sui contratti a tempo indeterminato

Secondo l’ultimo rapporto sul precariato dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, calano le assunzioni mentre i voucher aumentano.

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Accessorio o indeterminato – L’Umbria segue la tendenza nazionale per quanto riguarda l’aumento dei buoni lavoro, utilizzati per pagare il cosiddetto lavoro accessorio e dal valore di 10 euro l’ora. Di questi, 7 euro e 50 vanno al lavoratore, mentre gli altri 2 euro e 50 finiscono in contributi. Tra gennaio e settembre del 2014 erano 815.883 i voucher riscossi mentre, nello stesso periodo del 2015, sono saliti a 1.365.142. L’aumento è stato del 67,3%, leggermente inferiore alla media nazionale (+69,3%). Invece, nel 2016, in Umbria i pagamenti tramite voucher non solo sono aumentati a +36,9% ma hanno superato la media italiana del +34,6%. Al contrario, diminuiscono a rotta di collo i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato stipulati nel 2016: -43,9% rispetto al 2015. È il peggior risultato tra tutte le regioni del paese.

Storia del buono e del contratto ai tempi del Jobs Act – I voucher sono stati introdotti nel 2003 con la legge n. 276 (cosiddetta legge Biagi); erano ad uso esclusivo degli imprenditori agricoli del settore dell’uva e dovevano evitare che i lavoratori stagionali o a giornata, venissero pagati in nero. Nel 2010 con il governo Berlusconi e nel 2014 con il Jobs Act, viene ampliato l’utilizzo dei voucher a tutti i settori. In particolare, l’ultima legge sul lavoro, ha aumentato il compenso che può essere percepito da un lavoratore tramite i buoni (da massimo 5.000 a massimo 7.000 euro in un anno).

I contratti a tempo indeterminato invece, erano aumentati nel 2015 grazie all’abbattimento del costo dei contributi previdenziali, pagati per tre anni dallo Stato al posto del datore di lavoro. Nel 2016 il meccanismo previsto dal Jobs Act non si è ripetuto e, di conseguenza, sono diminuiti sia i contratti a tempo indeterminato (-32,3%), sia le assunzioni in generale (-7,7%).

La polemica – Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ha deciso di rivedere la normativa ma non intende mettere in discussione il Jobs Act anche perché, la nota congiunta sul III trimestre 2016, non parla di “allarme voucher”. Sono 88 milioni i buoni lavoro riscossi nel 2015: questa cifra corrisponde a 47 mila lavoratori che, ipoteticamente, avrebbero potuto essere assunti full-time per un anno. Sarebbe solamente lo 0,23% del costo del lavoro in un trimestre.

La CGIL ha invece chiesto l’abolizione del tagliando perché sostiene che i voucher non servano a far emergere il lavoro nero ma incentivino una nuova forma di precarizzazione: il lavoratore non viene mai assunto e spesso, se svolgeva un lavoro subordinato a tempo determinato, al posto del contratto adesso si ritrova con un buono in tasca e nessuna garanzia a lungo termine. Per quanto riguarda il contratto a tempo indeterminato, lo stesso Poletti aveva chiarito l’obiettivo: doveva diventare il tipo di contratto più vantaggioso da stipulare anche per i datori di lavoro. La macchina delle assunzioni però, stenta a ripartire.